Chi mi ama, mi segua

Cucù, sto tornando. Dopo anni, mi sono decisa a riaprire. Non più qui: questo blog ha troppo passato per raccogliere il nuovo presente. Che è molto bello e felice, intanto: io e l’ormai ex punkettone abbiamo viaggiato, ci siamo sposati, e da qualche mese è scesa dalle stelle una meravigliosa MiniVì che dà senso a tutto il passato, perché è il futuro. Se volete sapere come la storia va avanti, trovate qui la nuova vita di Viridian. Vi aspetto.

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In the meanwhile

Sono passati 22 mesi. Un anno e 10 mesi. Quasi due anni. Dall’ultima volta che ho scritto.

Non che non ci abbia pensato, in questo tempo, a scrivere. Ci ho pensato spesso. Non l’ho fatto mai. Beh, si vede.

Non so ora per chi possa star scrivendo, a parte che per me stessa. Perché nel frattempo ho scritto molto, per altri, per lavoro. Ma non ho mai più scritto nulla per me stessa, in questo tempo.

Non che non avessi qualcosa da scrivere, anzi. La vita è andata avanti, e non ne ho registrato nemmeno un momento, qui. Un bene, un male, che importanza ha. E’ così.

Una sorta di pudore, di vergogna, di censura. Che dura ancora. Probabilmente censuro i miei stessi pensieri, e chissà dove vanno a finire, in quale scantinato della mente, chissà se fermentano, o ammuffiscono. Se mi avvelenano, o mi rinforzano.

In questi 22 mesi la vita è andata avanti, e a un certo punto ha smesso di trascinarmi con sé ma mi ha riportato in sella.

In questi 22 mesi la vita è stata ironica, nuovamente “funny, not ah-ah funny, peculiar i guess”, come una delle mie frasi preferite di sempre di Mr. E, degli Eels. Che se ci penso, non riesco a crederci.

Sono passata attraverso la rabbia violenta contro la terra e il cielo. Una rabbia che si è direzionata, a torto o a ragione, verso alcune persone che non avevo sentito vicine e che ha portato a troncare i rapporti. Qualcosa che mi fa ancora male a pensarci, per cui non mi sento a posto. Ma immagino che non si possa uscire indenni da certi dolori, e chi non capisce è libero di non restare.

Il non capire degli altri. La solitudine propria. Il sentirsi soli perché non ci si sente capiti. Una condanna silenziosa. Di questo silenzio mi sono avvolta, allontanando tutti. Pochi rapporti sono sopravvissuti, davvero pochi. Ho imparato a non usare più parole. A non spiegare, perché “se capisci, che te lo dico a fare, e se non capisci, che te lo dico a fare”. Perché le persone, per varie ragioni che vanno dalla paura di aprire ferite alla non voglia di ascoltare, all’incapacità di dare risposte quando risposte non ce ne sono, hanno evitato il tema, non a caso, come la morte. Così il mio dolore è diventato un muro interiore e invisibile ma infrangibile dentro cui mi sono chiusa.

La tristezza mi ha ammantato come una polvere impalpabile che si posa, penetra e non si toglie più. Questa tristezza che è alla base del mio sentire, tutt’ora. Sono un’anima triste in un corpo allegro. La tristezza è il drago contro cui combatto. Il dolore è quell’osso rotto che fa male a ogni cambio dell’umidità nell’aria. Non fosse successo qualcosa di favoloso che mi ha riportato a vivere, non ho idea di come starei ora.

C’è chi non capisce, chi non sa, chi non vuole saperne. Ma c’è uno sa. Lui sa tutto. Lui è l’uomo che il destino, chiamiamolo destino, mi ha portato a rincontrare. Lui è l’uomo con cui sto da un anno e mezzo. Io e lui abbiamo avuto una seconda possibilità.

Su questo blog, nel 2007 ho parlato di lui (alcuni dei post che ho ritrovato: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7). Ai tempi lo chiamavo il punkettone. Amici di sere milanesi, parlavamo per ore grazie a una affinità istintiva. Poi abbiamo avuto una storia, naufragata velocemente perché, ora lo sappiamo, non era il momento. Lui aveva un dolore che non sapeva gestire, io avevo il tumore da affrontare. Ci siamo persi quando ho lasciato Milano, ci siamo ritrovati l’anno scorso dopo tre anni di vuoto.

Incontati per una birra e due chiacchiere, non ci siamo più lasciati. Ci ha avvicinato un sentire simile, una mutua comprensione. Per la prima volta ho trovato qualcuno che capiva e che capivo. Reciprocità. Abbiamo colmato i reciproci vuoti, ci siamo curati le reciproche ferite, abbiamo sedato le reciproche rabbie, abbiamo riscoperto la meraviglia di essere di nuovo felici. Ci siamo scelti. Ci siamo amati.

Conviviamo da tre mesi. E’ un rapporto in divenire. Ci stiamo scoprendo, cresciamo ogni giorno insieme. Non siamo perfetti, ma siamo felici. In lui trovo la serenità che mi è sempre mancata e che non credevo più che avrei potuto avere. Ci meravigliamo di quello che abbiamo trovato uno nell’altra. Ridiamo tanto, per tutto e per niente, le nostre giornate sono costellate di risate e calore. Parliamo tanto, eppure sappiamo comunicare in silenzio. Litighiamo, dopo tre minuti ci chiediamo scusa, un bacio e via. Ci diamo spazio, eppure non vogliamo stare lontani. Balliamo per casa, cantiamo in auto. Ci prendiamo in giro, ci teniamo stretti. Chi torna a casa per primo cucina, e l’altro sa, tornando col buio, che c’è una luce accesa a casa che aspetta. Costruiamo la nostra vita un pezzo al giorno.

La notte lo stringo e mi scaldo della sua solidità. Lo guardo e rivedo il ragazzo bellissimo e perduto per cui avevo un debole allora, e insieme vedo l’uomo che ho ritrovato. Sei proprio tu, gli chiedo, e sorridiamo a ricordare le notti passate a parlare davanti ai locali della nostra Milano di allora. Ecco, da allora ho cambiato almeno tre vite. Dalla precedente credevo che non mi sarei ripresa. Quest’ultima, con lui, è densa di bellezza, di promesse mantenute e progetti in divenire. Mi ha riportato a sperare nel futuro.

Non so se scriverò più qui. Dopotutto, non sono più Viridian da tempo. Però una chiusura a questo blog volevo darla. Credo sia questa. Il dolore, la tristezza, la rabbia, sono ormai parte di me, come fratture in un vaso ricomposto. Non si esce indenni da certe esperienze. E a rinascere dalle ceneri, resta la paura del fuoco. Ma se anche ho sempre un peso al cuore, ora so che la vita va avanti, e a un certo punto, torni ad andare avanti insieme a lei. E di fronte a tutto il dolore passato, ora so assaporare la dolcezza del presente. E’ la cosa più vicina a un lieto fine, quello che non avrei mai osato sperare.

Pubblicato in cose che succedono a viridian, serendipity | 8 commenti

My Valentine

Dieci mesi senza di te, amore mio.

Sono in quella fase dell’elaborazione, che lo sai, è iniziata grazie all’arrivo della gatta, in cui cerco di far crescere qualcosa sulla terra brulla e devastata dall’incendio della tua perdita.

Cerco di non pensare a cosa era la vita un anno fa. Le notti insonni, le giornate di angoscia pura, il lavoro come prigione e rifugio, il ciclo del giorno che fluiva in un continuo alzarmi / ufficio / ospedale prima, poi casa di tua madre fino a svenire / ritorno a casa per dormire, e poi di nuovo alzarmi, senza mangiare, senza riposare, senza fare nulla che non fosse stare al tuo fianco o pensare a te quando ti ero lontana.

Cerco di non pensare a cosa è stato vederti morire al rallentatore e deperire all’acceleratore, nell’impotenza più totale, vedere mentri ti prosciugavi, derubato della tua bellissima vitalità, vederti  invecchiare ogni giorno di un anno, vederti come nessuno dovrebbe mai vedere la persona amata. Parlare e mentirci reciprocamente sul futuro, pregare come mai ho fatto in vita mia e come non so, onestamente non so, se mai rifarò, quel dio e quel cielo di cui non mi fido più.

Cerco di non pensare a cosa è stata la tua malattia, che crudele orribile destino rubarti la vita e la gioventù così, ed è indicibile cosa è stato. Non posso raccontarlo, un tumore che si è trasformato in una forma di sla e ti ha derubato di tutto – tranne che della lucidità adamantina di quello che stava succedendo e della volontà ferrea di combattere e non arrenderti mai. Solo chi c’era e ha visto sa. Solo io so cosa sono state quelle notti passate al tuo fianco. E solo al pensiero mi si serra la gola.

Cerco di non pensare a quando salivo in auto per urlare come un animale, e non è un modo di dire, urla animalesche che non sembravano nemmeno uscire da me, che arrivavano da un recesso profondissimo che va oltre la coscienza di umano, ululati di dolore puro, tutto il dolore che rinchiudevo per non mostrarlo a te. Urla e lacrime che ho continuato a buttare fuori appena mi mettevo al volante da sola, quasi ogni giorno, quasi ogni sera. Urlare fino a strinarmi la gola su Ehi Jude. Guidare intravedendo solo i semafori e le altre auto tra le lacrime.

Cerco di non pensare a te, perché i ricordi bellissimi si mescolano a quelli terribili, perché l’orrore si è legato all’amore. Perché fa così male non averti qui, amore mio. Perché manchi, manchi, manchi.

E così cerco di non pensare. Perché in realtà sei nel retropensiero di ogni cosa. E se Penny mi guarda con i suoi occhi blu in un certo modo, rivedo quel certo modo che avevi tu di guardarmi con i tuoi occhi blu.

Così cercare di non pensare sembra un modo per far riposare la terra. Per far spuntare qualche germoglio. Per ritrovare la voglia la forza per ricominciare ad andare avanti. A piccoli passi, in base a come gira la giornata. Per superare il senso di colpa – ogni senso di colpa, ma in particolare quello per cui io vado avanti, volente o nolente, perché la vita va avanti e mi porta avanti con sé. Prima o poi lo supererò, amore mio.

Pensando a una canzone per te, come ogni mese, ho rivisto Paul McCartney che cantava “My Valentine”. Una canzone che senza andare a leggere i retroscena, giurerei che sia per Linda. Quando l’ha cantata in concerto, ho pensato a cosa avresti detto tu.

What if it rained?
We didn’t care
She said that someday soon
The sun was gonna shine.
And she was right,
This love of mine,
My valentine.

Cerco di pensare a questo, che tu lo dicevi a me. Cerco di pensarla come a una canzone d’amore per noi. Cerco di dividere l’orrore dall’amore, riappropriarmi del bello, del passato e del presente. Cerco di farlo, per andare avanti. Non credo più a granché, ma voglio credere almeno in te. Aspetto che un giorno il sole torni a brillare. My valentine.

Pubblicato in lettere allaldilà | 6 commenti

Quante cose ho perso

Com’è che sono di nuovo qui? Mi starà mica davvero riprendendo il gusto vintage di scrivere online? Direi che non me ne preoccupo. In passato, quando mi soffermavo troppo a pensare sulle cose, era il momento in cui mi immobilizzavo e le perdevo.

Quante cose ho perso, così.

La micia che ronfa raggomitolata sulla sedia di fianco alla mia, con la lingua pizzicata tra le fauci, mi fa capire che è ora di andare a letto. Per lei, per me.

Si stanno creando piccoli rituali tra noi. I gorgheggi e le danze di festa quando arrivo in casa, saltando sul divano davanti a cui mi inginocchio per fare naso a naso. L’attenzione che dedica il monitor del pc o dell’iPad, come a capire cosa c’è da guardare di più interessante di lei. Di notte mi sveglia a suon di leccate e musate in faccia, si siede sul cuscino e mi fa le fusa in testa e la pasta con le zampine nei capelli, mi si struscia e cerca di entrare sotto le coperte per dormirmi più vicina che può. Tutte quelle cose piccole assurde che i proprietari di animali adorano raccontare e fanno pensare a chi ascolta che vorrebbe sopprimere animale e proprietario.

Ma lei mi riempie il cuore di una tenerezza infinita, di una dose inaspettata di pace. Mi sta facendo capire quanto bisogno avevo di lei. Quanto avevo bisogno di avere qualcuno che ha bisogno di me.

La micia è arrivata all’antevigilia di Natale ed è la cosa più bella che mi è accaduta nel 2011. Non che ci volesse molto in effetti. Ma è l’unica che mi ha dato gioia e un senso – non di speranza; ma un senso. Penny Lane, occhi blu come blue suburban skies, un filo rosso che mi sta riconducendo alla vita.

Lei è arrivata, e in contemporanea al suo arrivo io mi sono trasferita nella casa. In casa – mia. Quanta fatica a usare l’aggettivo. Quanta fatica ad accettare questa casa, a sentirla mia. Continuavo ad aggingere cose, a spostarle, a guardarle. Ma non mi decidevo a viverla, non mi sentivo in grado. Non lo ero. Troppo vuota e silenziosa. Troppo insensato andarci.

Lei ci ha portato la vita. Di conseguenza ci ha portato me. Questa cosina così piccola e fragile che intanto si è svegliata e si sta facendo la toilette mentre aspetta che mi alzi e mi decida a dirle “nanna”. Al che lei si scaraventerà giù dalla sedia, scoderà in camera passandomi tra le gambe e balzerà sul letto scaraventandosi a pancia in su, come a dire “Prima! Ho vinto, ora coccole”. E mi darà uno dei pochi momenti del giorno per cui mi si cancella dalla faccia l’espressione tesa e triste che ho quando sono sovrappensiero, quasi sempre. Un piccolo motivo per sorridere con quella che, a tratti, mi pare lievità del cuore.

Penny Lane

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Hello world – un paio di palle

Venti giorni tra quando ho deciso che era ora di attivare il blog su WordPress e di raccattare le vecchie masserizie virtuali e quando 1. mi sono decisa effettivamente a mettermici e 2. sono riuscita a farlo. A un’ora dalla dismissione di Splinder, c’era da scommetterci. Perché da sempre sono quella che danza sulle deadline.

Penso: non lo so se e quando scriverò – a parte che lo sto facendo ora, ma è un po’ di buon vecchio flusso di coscienza in libertà. E’ che non sono più abituata a tenere un blog. Ho imparato a lasciar affondare i pensieri, che si sono fatti troppo pesanti. E il pozzo troppo fondo per ripescarli. Troppo buio.

Nell’ultimo anno ho usato Twitter come unico sfogatoio. Immediato abbastanza da non permettermi di pensarci due volte, stringato abbastanza da essere tollerabile.

Penso: non ho più la freschezza, né lo slancio di quando ho aperto il blog nell’ottobre 2003. Si parla di una vita fa. Ed è passata più di una vita, intanto.

Magari invece ritroverò il gusto di sproloquiare online in media libertà. Media, perché l’ho imparato da tempo, che non c’è vera libertà. Magari fregandomene, perché no.

Sfogare il dolore, l’amarezza, la perdita infinita. O chissà cosa altro potrebbe venire. O magari nulla, magari solo un posto dove venire a rileggere le ingloriose avventure passate e a riscoprire che emerita cazzona sono stata. Ecco, magari quello no. Non c’è bisogno, lo ricordo abbastanza bene.

Penso: sono diventata una persona pessimista. Le badilate della vita fanno di questi effetti. Quando ti ammali, ti prendi una gran caga, ne esci, cadi in depressione per il contraccolpo emotivo e un sacco di supercazzole varie ed eventuali, ne esci, incontri l’uomo con cui pensi che potresti e vorresti passarci la vita, superate tutti i problemi che due persone con 35 anni di storia pregressa inevitabilmente hanno, trovate la stabilità l’equilibrio la visione del futuro, e al che lui, che aveva avuto un tumore, si ammala nuovamente, lottate come disperati per la sua vita, e non serve a un cazzo, e nella più totale impotenza lo vedi andare via soffrendo orribilmente, finché ti muore letteralmente tra le braccia. Beh. Mi sento legittimata a snocciolare bestemmie e vaffanculo come un rosario.

Il flusso di coscienza sempre lì mi porta. Giorno e notte, sveglia o nell’oblio. A ricordi dal bellissimo all’indicibile. Dalla pura gioia al puro dolore.

Vabè, appunto. Potrei continuare a lasciar andare le dita sulla tastiera, ma per stasera mi è passata la voglia. Ho i muscoli facciali involontariamente contratti in una faccia schifata e addolorata. Quindi vuol dire che basta.
Ho una micetta che mi ha salvato il presente da cui farmi coccolare e a cui parlare con voce cretina dicendole quanto la amo. Lei è la sola che mi sappia togliere questa espressione di disgusto per la vita. Poverina, così piccola e così sfigata, ne ha avute già così tante nella sua giovane vita. Sarà per questo che tra noi è stato amore immediato.

Bon. Dato che sono a dir poco intermittente da tre anni, non contiamoci troppo. Ma dai, vediamo quando ci si rilegge.

Pubblicato in quando c è la salute | 17 commenti

Hello world!

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PS: I love you

Presumo che quello sotto sarà il mio ultimo post su Splinder. Al più presto capirò come spostare altrove il blog. Che poi ormai scriva poco e raramente è un altro discorso. Questo mio grandissimo pezzo di vita che è stato Viridian voglio che sopravviva al collasso della piattaforma, che sembra ormai alle porte. Vi faccio sapere, voi che ancora passate di qua ogni tanto.

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